RABARBARO
(Rheum Officinalis Poligonacee) Radice, rizoma, steli
Contiene: Acido gallico e cinnamico, tannico, glucoside, amido, ferro, magnesio,
vitamine B, C.
Favorisce le digestioni, rinfrescante, leggermente lassativo,
Amaro tonico astringente, usato fin dall’antichità come stimolante epatico,
regolarizzatore della bile, atonia gastrica.
Utile contro le coliche, i dolori del fegato, diarree, dissenterie, parassitosi
intestinali
IN CUCINA:
Qualche gambo di rabarbaro aggiunto alle
fragole con cui si prepara la marmellata ne esalta decisamente il sapore che
tenderebbe a risultare troppo dolce.
NELL'ORTO:Interrando alcuni
pezzi di rabarbaro nel terreno in cui sono state seminate verze e cavoli si
allontana un parassita, chiamato Plasmodiophora brassicae, responsabile
dell'ernia del cavolo, malattia che porta al deperimento delle piante.
BELLEZZA:Chi desidera dare
riflessi color tiziano, cioè ramati, ai capelli senza ricorrere alle tinture,
può provare a far macerare nel vino bianco alcuni pezzi di rabarbaro sia freschi
che essiccati. Dopo una settimana di macerazione la lozione ottenuta, ben
filtrata, andrà passata sui capelli alla fine di ogni lavaggio.
SALUTE:Per ottenere un infuso
benefico per il fegato è necessario porre 100 grammi di acqua bollente su 6
grammi di gambi e radici di rabarbaro essiccati e polverizzati e su 2 di
bicarbonato di sodio. Dopo aver ben agitato l'infuso lo si lascia raffreddare,
lo si filtra e si aggiunge acqua fredda fino ad avere un litro di liquido. Due
cucchiai da tavola di questo infuso, assunti prima dei pasti, combattono
l'inappetenza e aiutano il fegato.
NOME SCIENTIFICO:
Rheum officinalis
FAMIGLIA:
Poligonacee
Il
rabarbaro è un'erbacea perenne rustica coltivata, e talora naturalizzata, nelle
regioni a clima temperato. Il rizoma di questa pianta, dal caratteristico sapore
gradevolmente amaro, ha proprietà aromatiche e medicinali: stimola l'appetito e
l'attività digestiva e, a dosi più elevate, esercita una funzione purgativa. Il
genere comprende diverse specie che possono sviluppare cespi alti da meno di un
metro fino a circa tre metri.
FUSTO:I grossi gambi rossastri
e ricchi di succo hanno le stesse proprietà medicinali delle radici; solitamente
si usano in cucina ove servono per la confezione di marmellate o vengono
canditi.
FOGLIE:Le foglie del rabarbaro
sono grandi, di colore verde intenso, in certe varietà con sfumature rosse, sono
intere o divise in lobi. Alcune varietà di rabarbaro, e in particolare il Rheum
palmatum, hanno grande valore ornamentale proprio grazie alle larghe foglie ben
disegnate.
FIORI:In estate sulla cima di
steli eretti, molto prominenti rispetto alle foglie, si aprono le pannocchie di
fiori giallastri, verdastri o rosso vivo.
HABITAT: Il rabarbaro è pianta originaria dell'Asia, più precisamente della Cina e del Tibet, ma alcune varietà si sono ben ambientate nelle zone temperate di tutta l'Europa. Il terreno di coltivazione deve essere sciolto e leggero, lavorato in profondità per favorire la crescita dei rizomi.
ESPOSIZIONE:
Sole o mezz'ombra sono le esposizioni
predilette da questa pianta: quale sia la più adatta è da valutare in base alla
zona climatica in cui avviene la coltivazione.
RIPRODUZIONE: Il metodo di
riproduzione più diffuso consiste nella divisione dei cespi che si può
effettuare in primavera o in autunno. In primavera si può anche procedere alla
semina.
CRESCITA:Quest'erbacea non è
esigente, ma teme la siccità, per cui è importante garantire ai cespi
innaffiature regolari; inoltre in primavera risulterà gradita una concimazione
organica. Le piante di rabarbaro vanno divise circa ogni cinque anni per essere
rinnovate e risultare più produttive.
RACCOLTA:Il momento in cui gli
steli sono maturi, hanno cioè raggiunto il massimo sviluppo, è alla fine
dell'estate.
CONSERVAZIONE: Le radici,
ridotte in pezzi, si fanno essiccare. Gli steli si candiscono o si cuociono per
fare composte e marmellate.
Il rabarbaro è pianta antica, pare venisse coltivato in Asia già 2700 anni prima della nascita di Cristo. Ai Greci, che ne facevano grande uso per le sue virtù medicinali, dobbiamo il nome attuale: essi infatti al sostantivo "ra", che indicava in greco quest'erbacea, aggiunsero l'aggettivo "barbaron" in riferimento al fatto che veniva coltivata in terre barbare.